PAROLE
D'AMORE:
Intervista
a Angelo e Luisa Branduardi
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JAM 91
di
Paolo Jachia
Conversazione
a tre: l’intervistatore, Angelo Branduardi e sua moglie Luisa, autrice dei
testi del marito. Lo spunto è offerto dall’album Altro ed altrove. Parole
d’amore dei popoli lontani, costruito sulla falsariga di poesie d’amore di
tutto il mondo.
l
punto dal quale è partita la conversazione con Angelo Branduardi e con sua
moglie Luisa, autori il primo della musica e la seconda dei testi dell’ultimo
cd dei Branduardi, intitolato Altro ed altrove. Parole d’amore dei popoli
lontani, è proprio il senso del titolo. Ma prima della trascrizione (quasi
fedele) di questa chiacchierata è bene dire qualcosa di come è fatto il disco
che è composto da 14 canzoni scritte tutte, da un punto di vista testuale,
sulla falsariga di grandi poesie straniere: irlandesi, latine, cinesi, arabe,
giapponesi, inglesi, persiane, pashtun e nell’idioma degli Indiani d’America
e dei neri d’Africa. Il disco è reso poi unitario e omogeneo, oltre che dalla
limpidezza della traduzione di Luisa e dalla magia della musica e della voce di
Angelo, dalla costante del tema d’amore.
"Il
titolo lo ha scelto Luisa, ma altro e altrove vuol dire ‘non qui e non ora’;
non è naturalmente", afferma Angelo, "una filosofia di vita, vuol
dire che ci siamo rivolti ad una forma d’arte lontana nel tempo e nello
spazio. Ma poi, dietro a tutto questo, c’è la mia concezione dell’arte. Per
me il senso della musica e dell’arte (per la poesia dirà meglio Luisa) è il
senso di un oltre, è questa spinta forte verso l’altrove, spinta che ti muove
anche a percorsi, almeno in parte, imprevedibili perché mossa da motivazioni
delle quali non sei e non puoi essere pienamente cosciente, da motivazioni che,
per semplicità, possiamo chiamare inconsce. Insomma io credo che sia insito
nella musica il concetto di oltre… La musica è una forma spirituale, una
ricerca di qualcosa che non c’è… Io non ho una fede istituzionale, ma sento
molto questa dimensione spirituale della musica."
Eppure
a me sembra che dietro questo esotismo, quest’attenzione verso l’altrove
spazio-temporale, vi sia una grande attenzione al presente, un’attenzione
quasi politica al tema della fratellanza… "Ecco", risponde Angelo,
"devi sapere che tante volte mi è capitato di sentirmi dire delle cose
delle mie canzoni che io non immaginavo per niente. Non bisogna mai dimenticare
che certe cose stanno più che nella musica che scrivo nelle orecchie di chi
ascolta. Il tema dell’altro – si è sempre, come dici tu,
l’extracomunitario di qualcuno – è un tema di grande attualità, però non
siamo partiti da lì, dunque non so se c’è un senso politico… Comunque è
vero che in questo nostro ultimo lavoro c’è un tema, oltre quello della
fratellanza, che mi è molto caro, quello del comune sentire degli uomini al di
là delle distanze di tempo e di spazio, un tema a cui tengo molto, però io non
parto con un tema, non faccio un concept album, e non ti dimenticare che le
liriche le ha scritte a Luisa…" Però nei tuoi primi dischi non risultava
che fosse Luisa l’autrice dei tuoi testi… "No, ma in realtà è sempre
stato così… e ci tengo molto a dirlo."
Sull’onda
di questo deciso suggerimento chiedo a Luisa, intanto, se si riconosce in questa
definizione di arte di Angelo e quale sia in particolare la sua idea di poesia:
"Per me la poesia è prima di tutto una passione, un andare verso l’altro
e l’altrove, come dice il titolo del disco, e poi la poesia è una fortissima
forma di conoscenza…".
Ma
come è nato questo disco nel quale mi sembra crediate molto e che mi sembra
profondamente vostro? "Be’, qua dobbiamo fare un discorso più lungo. Tu
hai ragione", dice Luisa, "nel notare che io nelle mie liriche uso
poco la rima e che mi muovo in uno spazio che è molto lontano dalla consueta
poesia italiana o dal modo di fare canzoni dei cantautori italiani."
"In realtà io amo moltissimo la poesia etnica e…", aggiunge Angelo
"abbiamo la fortuna di avere una vastissima biblioteca di poesia etnica e
primitiva. Dopo San Francesco non potevamo fare dodici canzoni dodici e poi non
lo abbiamo fatto mai. E allora ci è venuto in mente di usare questo tesoro
meraviglioso che avevamo in casa, e che voleva dire che sotto cieli diversi
l’uomo ha sempre avuto le stesse passioni anche a distanza di secoli e di
migliaia di chilometri."
Ma
come nascono le vostre canzoni, prima i testi o prima le musiche? "Le
musiche sono precedenti ai testi: io sono un musicista", dice Angelo,
"e credo che una canzone venga meglio se mettiamo le parole sulla musica,
il tutto viene molto più fluido, molto più naturale…" Questo anche il
pensiero di Luisa e questa la sua esperienza artistica con Angelo: "Senti
la musica e poi cerchi le parole; io ho dei testi, scritti da me o da altri,
sento la musica, intuisco che questa musica è adatta a questo testo… insomma
io mi devo adeguare alla sua musica. Le mie liriche sono anche una scelta
tecnica dovendole combinare con la musica. Ad esempio una delle canzoni del
disco, nella sua versione originale, era solo un frammento, era una poesia
brevissima: ho dovuto moltiplicarne ed estenderne la portata senza tradirne il
senso per darle la forma giusta per la musica". Angelo dunque non
interviene sul testo… "No, o pochissimo, anche se si riconosce
profondamente in quello che canta, sono io che mi adatto alla musica perché la
musica è precedente il testo. Però, per quel che riguarda la scelta delle
poesie e dei testi originari, complessivamente possiamo dire che abbiamo scelto
i testi che più ci piacevano, quelli che sentivamo più nostri, e l’esito è
stata un’antologia che unisce popoli e paesi lontanissimi tra loro da un punto
di vista geografico e linguistico; ma tutti uguali davanti al grande tema
dell’amore."
Ecco,
adesso credo di aver capito quale sia il vostro processo di composizione
standard e come è nato questo disco, ma concretamente come procedete? "Be’,
una volta litigavamo molto", dice Angelo. "Ero costretto a suonarle il
pezzo decine di volte con la chitarra ed era davvero pesante e poi io scrivo
delle musiche che non hanno come loro dimensione naturale la chitarra e inoltre
modifico continuamente la partitura prima di dargli la forma finale."
"Sì,
è vero", conferma Luisa, "all’inizio avevamo un metodo che è stato
fonte di liti pazzesche: lui si metteva lì con la chitarra e parola dopo
parola… Da qualche anno ho imparato a lavorare sulla cassetta che è una forma
di lavoro molto più… pacifica."
"Io
sto in studio di registrazione", prosegue Angelo, "e lei sta sopra nel
suo studio coi i suoi libri e tutta la sua roba. Ora è tutto più semplice. Ma
forse non c’entra solo il registratore… forse, dopo tutto questo vivere e
litigare, ci conosciamo anche in maniera più profonda."
Ma
tu Luisa che formazione hai avuto e come fai a conoscere così tante poesie e di
così tante lingue diverse (Angelo ruba la battuta e grida che è lui il vero
poliglotta ma noi non gli diamo retta): "Ho fatto il liceo classico e
dunque un po’ di latino e di greco me lo ricordo. Poi ho iniziato lingue alla
Statale dove tra l’altro ho incontrato Angelo che era iscritto a Filosofia…
e dunque attraverso le lingue europee – francese, inglese, spagnolo, ecc. –
riesco a leggere un po’ di tutto. In queste lingue europee sono state tradotte
moltissime poesie cinesi, giapponesi, arabe, africane…".
Dopo
aver chiesto a Luisa qual è stata la sua formazione in campo letterario, sorge
spontaneo chiedere quale sia stata la formazione di Angelo, sia in campo
musicale (il violino è sicuramente l’emblema della sua musica e forse della
sua personalità anche se nella sua musica è facile scorgere echi del
repertorio classico, della musica rinascimentale e barocca, della musica
celtica, e anche di tutta la tradizione popolare europea), sia in campo
letterario: "La mia prima grande passione è stato il violino, ma poi è
vero che ho imparato a suonare la chitarra, il pianoforte e vari strumenti
tradizionali dell’epoca medioevale e rinascimentale, insomma tutti quegli
strumenti che ho poi usato nei miei vari dischi. In ultima analisi mi ritengo un
musicista. Però un musicista aperto alla poesia. E qui devo raccontarti un
pezzo importante della mia vita. Finito il Conservatorio, io e la mia famiglia
ci siamo spostati da Genova, dove mi ero diplomato a Milano. Qui, per consiglio
di mia madre, mi sono iscritto, avevo 15 anni, a un istituto tecnico, anche se
io avrei preferito il liceo linguistico, ma questa scelta è stata la mia
fortuna perché in questa scuola ho incontrato un altro mio grande maestro; qui
infatti, dopo il mio maestro di violino Augusto Silvestri, ho incontrato, come
mio professore, il poeta Franco Fortini". Angelo ricorda così Franco
Fortini: "Con lui ho avuto un rapporto bellissimo tra i 16 e i 18 anni,
quando ero studente. Fortini, come tu sai meglio di me visto che sei un suo
biografo, era stato licenziato dall’Einaudi per le sue idee politiche e, come
diceva lui, all’età della pensione e con una bimba piccola, si era messo a
insegnare. Aveva insegnato prima a Lecco, poi a Monza e infine a Milano. Poi,
dopo aver portato noi alla maturità, andò finalmente a insegnare
all’Università. Questo ti dà la dimensione dell’uomo. La sua scuola era
quasi una bottega rinascimentale. Lui ci invitava a casa sua il pomeriggio e ci
leggeva grandi poeti e anche le sue poesie. A casa sua poi passavano grandi
poeti e intellettuali come Sanguineti o Zanzotto. Per me, come anche credo per
te, Fortini è stato un po’ un padre, una figura forte di riferimento. Era un
uomo molto sicuro e anche molto umile. Non aveva grandi competenze musicali e mi
chiedeva continuamente indicazioni e precisazioni musicali. Molti anni dopo
quell’incontro che mi ha segnato alla fine degli anni Sessanta ho trovato un
foglietto con scritto ‘non perdetelo il tempo ragazzi’. È stata la prima
frase di Domenica e Lunedì che poi ha dato il titolo al mio album del 1994. So
che ha sempre seguito con interesse le cose che facevo e io non l’ho mai
dimenticato e non ho mai dimenticato le sue poesie e il suo grande rispetto per
l’arte e la poesia. Tra tutte ricordo in maniera particolare le poesie di
Foglio di via".
Un’eco
di queste poesie si trova infatti nell’lp Alla fiera dell’Est e Angelo, in
un’intervista a Ezio Guaitamacchi, lo ricorda con assoluta onestà e
precisione: "Un altro brano a cui mi sento molto legato s’intitola Il
funerale e ha un testo stupendo che mi era stato suggerito dal mio amico e
maestro Franco Fortini". Ma a sua volta Fortini l’aveva tratto dalla
tradizione est europea e dalla poesia popolare romena e dunque possiamo dire che
si trova in Fortini e nelle canzoni dei Branduardi una duplice tensione verso la
cultura alta e verso la cantabilità popolare.
Credo
che sia questa la chiave complessiva non solo dell’opera di Branduardi, ma in
particolare dell’ultimo disco che mischia, con splendido risultato, queste due
anime, questa due profonde radici di quell’arte che è l’arte della canzone.
da http://www.jamonline.it/jam91/branduardi91.htm